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  • #coronanonsolovirus - I puntata

    "Corona: non solo virus"
    La corona imperiale simbolo dell'autorità sovrana

    “Il corona non è solo un virus. È l’inizio di una nuova era”, si legge sulle testate di venerdì 13 marzo 2020. Si può essere più o meno d’accordo sull’affermazione. Ma corona non è solo un virus, è anche un sostantivo con una vasta gamma di accezioni e di usi idiomatici che stiamo dimenticando sotto la pressione del massiccio martellamento delle ultime settimane.

    Per alleggerire la cappa di tensione ed evidenziare la ricchezza della lingua italiana, tra il serio e il faceto vi proponiamo una rubrica dedicata a tutti gli usi del termine corona, escludendo le patologie infettive. Cominciamo con l’accezione più regale del termine “corona”, ovvero quella di simbolo dell’autorità sovrana.

    Nel Medioevo era costituita da un cerchio di lamine metalliche posto sull’elmo, poi divenne un cerchio di metallo prezioso adorno di gemme.
    La dignità imperiale era legata a diverse corone. La più nobile era la corona imperiale risalente al X secolo, per secoli ritenuta la corona di Carlo Magno. Si compone di otto lastre, quattro delle quali adorne di smalti in stile bizantino, mentre le altre sono decorate con perle e pietre preziose. La lastra anteriore è sovrastata da una croce e sormontata da un archetto. Sulla corona sono incisi il nome e il titolo dell’imperatore Corrado II (1024-1039); tuttavia l’oggetto risale al 962 o 983, all’epoca degli Ottoni.
    Di norma la corona imperiale era a disposizione dei sovrani soltanto in occasione dell’incoronazione. Per questo motivo essi, per l’uso “corrente”, si facevano realizzare delle sfarzose corone personali.


    Tratto da Georg Kugler “I simboli degli Asburgo. Stemmi, colori e insegne della monarchia austroungarica” in F. Salimbeni, R. Sgubin, “Il segno degli Asburgo. Oggetti e simboli dalla regalità al quotidiano”, Musei Provinciali di Gorizia, 2001.
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  • #coronanonsolovirus - II puntata

    "Corona: non solo virus"
    Il fiore


    Per alleggerire la tensione ed evidenziare la ricchezza della lingua italiana, tra il serio e il faceto vi proponiamo una rubrica dedicata a tutti gli usi del termine corona, escludendo le patologie infettive.

    La Fritillaria imperialis è una bulbosa perenne originaria dell'Asia. Appartenente alla famiglia delle Liliacee, per i suoi caratteristici fiori viene anche chiamata Corona Imperiale.
    Produce lunghi fusti eretti, rigidi, alti fino a 100-120 cm, con lucide foglie alterne di colore verde scuro. In cima al fusto, a partire dalla tarda primavera, sbocciano grandi fiori campanulati, penduli, nelle tonalità del giallo, dell’arancio e del rosso, riuniti in una spettacolare corona circolare. Durante i mesi freddi la parte aerea dissecca e i bulbi vanno in riposo vegetativo.

    Nel linguaggio dei fiori e delle piante la Corona Imperiale, che alta e fiera domina su tutti i fiori di un giardino, simboleggia la maestosità e la regalità. Più prosaicamente, l’odore delle sue radici allontana topi, arvicole e talpe.
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  • #coronanonsolovirus - III puntata

    "Corona: non solo virus"
    La corona imperiale austriaca

    Prosegue la nostra rubrica che cerca di alleggerire la tensione di questi giorni mostrando tutti gli usi del termine “corona”, escluse le patologie infettive. Ma anche un modo per evidenziare la ricchezza della lingua italiana.

    La corona dell’imperatore Rodolfo II (1576–1612), o “corona imperiale austriaca”, è custodita nella Schatzkammer di Vienna. È denominata anche “mitra” per il fatto che nel cerchio della corona è applicata una sorta di mitra vescovile in oro e smalti, riccamente decorata, metafora della eccezionale posizione spirituale dell’imperatore. Il tutto è sormontato da un archetto molto simile a quello della corona imperiale (del Sacro Romano Impero) e culmina con uno zaffiro di una varietà presente solo in Kashmir. La triplice struttura della corona (cerchio gigliato, archetto e mitra) e la scelta delle pietre preziose (diamanti, perle, rubini, zaffiro) sono dense di significati simbolici.

    Realizzata a Praga nel 1602 per l’imperatore Rodolfo II dall’orafo Jan Vermeyen, con le generazioni successive fu utilizzata come corona della Casa d’Asburgo. A partire dalla sua fondazione nel 1804, divenne la corona ufficiale dell’Impero d’Austria fino alla sua dissoluzione nel 1918.

    Nessun sovrano venne incoronato con questa corona, ma come simbolo della dinastia e dello Stato la troviamo con valore araldico su edifici, opere d’arte, opere della tecnica, uniformi e medaglie.
    Questa corona imperiale diede il nome anche all’ultima moneta austro-ungarica.
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  • #coronanonsolovirus - IV puntata

    "Corona: non solo virus"
    La moneta

    Prosegue la nostra rubrica che cerca di alleggerire la tensione di questi giorni mostrando tutti gli usi del termine “corona”, escluse le patologie infettive. Ma anche un modo per evidenziare la ricchezza della lingua italiana.

    Nel vecchio sistema monetario britannico (12 pence = 1 scellino, 20 scellini = 1 sterlina) andato in disuso nel 1971 in seguito alla decimalizzazione (100 pence = 1 sterlina), la corona rappresentava una misura intermedia, pari a 5 scellini cioè 1/4 di sterlina. Esisteva anche la mezza corona (half crown), corrispondente a 2 scellini e 6 pence.

    La corona fu introdotta in Inghilterra nel 1526, con la riforma monetaria di Enrico VIII, e nel 1707, con l’unione dei regni di Inghilterra e Scozia, nel Regno Unito. La corona era inizialmente una moneta d'oro e le prime corone d'argento furono battute sotto la reggenza di Edoardo VI. A partire dal 1818 sul rovescio apparve la raffigurazione della lotta di San Giorgio con il drago, ideata da Benedetto Pistrucci (1784-1855).
    La corona è stata la moneta britannica di maggiori dimensioni insieme al vecchio penny e ai 50 pence di oggi e rappresentava per i più giovani una bella somma.

    Ancora oggi si coniano corone per eventi speciali, come monete da collezione (es. per l’ottantesimo compleanno della Regina Madre nel 1980 e per il matrimonio di Carlo e Diana nel 1981). Al momento la corona è in corso in Repubblica Ceca, Danimarca, Svezia e Islanda ed è stata in uso in Estonia e in Slovacchia prima dell’avvento dell’Euro.
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  • #coronanonsolovirus - V puntata

    "Corona: non solo virus"
    Il tappo

    Prosegue la nostra rubrica che cerca di alleggerire la tensione di questi giorni mostrando tutti gli usi del termine “corona”, escluse le patologie infettive. Ma anche un modo per evidenziare la ricchezza della lingua italiana.

    Il tappo a corona, fortunata invenzione di William Painter, fu brevettato il 2 febbraio del 1892 a Baltimora e utilizzato esclusivamente dalla Crown Cork and Seal Company fino al 1911. Era un oggetto metallico semplice ed economico da produrre, con un bordo ondulato a forma di corona rovesciata che gli valse il nome di “tappo a corona”. In origine era rivestito al suo interno da un sottile disco di sughero, a sua volta ricoperto da una pellicola speciale che sigillava il contenuto della bottiglia, evitando il contatto diretto con il metallo. Successivamente il sughero è stato sostituito dalla plastica.

    In decenni passati gli interni dei tappi a corona venivano personalizzati con immagini di famosi atleti e utilizzati dai bambini per il “gioco della pista”. L’esterno rappresenta invece sempre più elemento caratteristico di riconoscibilità per i diversi brand di birre e altre bevande, che gareggiano per bellezza dei rispettivi logotipi. Intorno ai tappi a corona si è sviluppato un appassionato collezionismo.
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  • #coronanonsolovirus - VI puntata

    "Corona: non solo virus"
    La corona ungherese di Santo Stefano

    Un'altra puntata della nostra rubrica sulle diverse accezioni e declinazioni del termine "corona".

    La corona più nobile degli Asburgo era la corona ungherese di Santo Stefano, corona di un regno sovrano non soggetto al Sacro Romano Impero.

    Secondo la leggenda, la corona fu inviata dal papa Silvestro II al primo re di Ungheria, Stefano (István), che - morto nel 1038 - fu canonizzato nel 1083. In realtà il manufatto, conservato nel palazzo del Parlamento di Budapest, consta di due parti distinte, che differiscono tra loro per epoca e stile.

    La parte inferiore, opera di oreficeria bizantina dell’XI secolo, si compone di una fascia d'oro ornata da placchette di smalti cloisonné con Cristo Pantocrator, gli arcangeli Michele e Gabriele, i santi guerrieri Giorgio e Demetrio, i santi medici Cosma e Damiano e, sul retro, tre personaggi storici: l’imperatore Michele VII Dukas (1071-1078), il co-imperatore Costantino Porfirogenito e il re d'Ungheria Géza I (1074-1077).
    La parte superiore della corona, risalente al XII secolo, è una calotta cruciforme. La crocetta d'oro che sormonta il tutto è un'aggiunta del XVI secolo e deve la sua caratteristica inclinazione ad una caduta.

    La corona entrò probabilmente in uso per incoronare i re d'Ungheria con Bela III.
    Le incoronazioni reali ungheresi erano cerimonie particolarmente solenni, perché costituivano veri e propri atti di legittimazione. Le ultime lasciarono un segno particolare nella memoria dei contemporanei: l’incoronazione di Francesco Giuseppe nel 1867, a causa della contemporanea incoronazione della moglie Elisabetta che in Ungheria era venerata in modo particolare, e quella dell’ultimo sovrano d’Asburgo, Carlo, e di sua moglie Zita nel 1916.
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  • #coronanonsolovirus - VII puntata

    "Corona: non solo virus"
    Le corone nei ritratti di Stato

    Un'altra puntata della nostra rubrica sulle diverse accezioni e declinazioni del termine "corona".

    La posizione in cui sono raffigurate le corone nei ritratti di Stato varia sensibilmente. Talvolta compaiono in primo piano, con la stessa dignità del sovrano, che a sua volta può dare maggiore risalto alla loro presenza, come nel caso del ritratto tominziano a figura intera dell’imperatore d’Austria Francesco I (1821), il quale indica con gesto magniloquente una splendida natura morta composta da corona rudolfina, spada, scettro e insegne degli ordini militare di Maria Teresa e ungherese di Santo Stefano.
    A volte le corone sono poste in secondo piano, accessori di scena che emergono dall’oscurità dello sfondo per i bagliori corruschi dell’oro e delle gemme.

    Nell’uno come nell’altro caso, corone, globi e scettri occupano una posizione qualificata, posti, come sono, su sontuosi cuscini di velluto ornati da nappe e galloni dorati e stanno a indicare che è da essi che promana l’autorità di cui è investito il monarca.

    Più raramente la corona è posta sul capo del sovrano stesso, come nel celebre ritratto di Francesco I opera di Friedrich von Amerling e in tal caso sta a significare la sovranità nell’esercizio effettivo del suo potere.


    Tratto da Raffaella Sgubin, "Nel ritratto di Stato. Simboli da indossare, simboli da esibire", in Fulvio Salimbeni e Raffaella Sgubin, "Il segno degli Asburgo. Oggetti e simboli dalla regalità al quotidiano", Musei Provinciali di Gorizia, 2001.
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  • #coronanonsolovirus - VIII puntata

    "Corona: non solo virus"
    La corona d'alloro

    Un'altra puntata della nostra rubrica sulle diverse accezioni e declinazioni del termine "corona".

    Quando si parla di corona d’alloro il pensiero va alla corona che cinge il capo dei neolaureati. E non a caso: il termine “laurea” deriva dal nome latino dell’alloro, Laurus nobilis, e “laureato” significa letteralmente “coronato d’alloro”.
    La tradizione di incoronare il neodottore con il serto di alloro affonda le radici nel tempo. Nel mondo greco rappresentava il massimo onore per atleti e poeti: l’alloro era pianta consacrata ad Apollo, dio del sole, ma anche delle varie arti come la musica, la pittura, la scultura e la poesia, e quindi simbolo di eccellenza, saggezza, valore.
    Questa simbologia fu fatta propria dai Romani e la corona d’alloro veniva attribuita ai poeti “laureati” durante cerimonie, poi riprese in epoca medievale e moderna, in cui venivano esaltati per il loro merito.

    Sia in epoca repubblicana che imperiale la corona d’alloro veniva posta sul capo del generale trionfante. Ma, a ricordare a quest’ultimo la fugacità del momento, il rituale prevedeva che uno schiavo gli ripetesse “memento mori”, cioè “ricordati che devi morire”. In età imperiale la corona d'alloro divenne attributo proprio degli imperatori.
    La corona trionfale compare anche nelle raffigurazioni della dea Vittoria, spesso rappresentata nell'atto di reggere o porgere un serto d'alloro.

    Nel linguaggio simbolico dell’arte la corona d’alloro rappresenta anche l’immortalità della fama. Nelle arti visive è un ben riconoscibile attributo iconografico che connota figure illustri celebrate per sapienza, cultura o successi militari. Celeberrime in questo senso le raffigurazioni di Giulio Cesare, Napoleone, Dante e Petrarca, il poeta “laureato” per antonomasia.
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  • #coronanonsolovirus - IX puntata

    "Corona: non solo virus"
    La Corona Ferrea

    Un'altra puntata della nostra rubrica sulle diverse accezioni e declinazioni del termine "corona".

    La Cappella di Teodolinda del Duomo di Monza custodisce una delle insegne regali più importanti della storia occidentale, per la sintesi di fede religiosa e rappresentazione simbolica del potere politico: la Corona Ferrea.

    L’aggettivo “ferrea” si deve a un cerchio interno di metallo (in realtà non ferro ma argento) battuto a martello che una tradizione risalente al IV secolo identifica con una delle reliquie più sante della Cristianità: un sacro chiodo della crocifissione di Cristo rinvenuto da sant’Elena nel 326 durante un viaggio in Palestina e da lei fatto inserire nel diadema del figlio, l’imperatore Costantino. L’esterno del manufatto, di grande bellezza, consta di sei placche d’oro unite da cerniere e ornate da rosette a rilievo, smalti dai vivaci cromatismi, ventidue gemme e ventiquattro brillanti.

    Malgrado la datazione oscilli tra il V e il IX secolo, nella consolidata tradizione che collega la corona alla passione di Cristo e al primo imperatore cristiano risiede il valore simbolico attribuitole da re e imperatori che l’avrebbero utilizzata nelle incoronazioni a re d’Italia per attestare sia il loro legame con gli imperatori romani che l’origine divina del loro potere. Nel 1576 san Carlo Borromeo, istituendo il culto del Sacro Chiodo, riconobbe ufficialmente la corona come reliquia.

    Tra i sovrani incoronati con la Corona Ferrea ricordiamo Carlo Magno (800), Federico I Barbarossa (1158), Carlo V d’Asburgo (1530), Napoleone I Bonaparte (1805), Ferdinando I d'Asburgo (1838).
    All’incoronazione di Napoleone si lega la celebre frase“Dio me l’ha data, guai ai chi la tocca!”.
    Nessuno dei Savoia portò la Corona Ferrea, ma essa fu esposta a Roma come insegna reale in occasione dei funerali di Vittorio Emanuele II (1878) e di Umberto I (1900), che proprio a Monza, città della corona, era stato assassinato. Ordini cavallereschi ispirati alla Corona Ferrea furono istituiti da Napoleone I, Francesco I d'Austria e Vittorio Emanuele II.


    Le informazioni riportate sono tratte dal sito web del Duomo di Monza.
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  • #coronanonsolovirus - X puntata

    "Corona: non solo virus"
    La corona di sant'Edoardo

    Un'altra puntata della nostra rubrica sulle diverse accezioni e declinazioni del termine "corona".

    La corona più importante e pesante del Regno Unito è la corona di sant’Edoardo: conta 444 pietre, preziose e semipreziose, e viene indossata durante le cerimonie di incoronazione, di cui costituisce il fulcro simbolico. Portarla è decisamente impegnativo, visto il ragguardevole peso di oltre due chilogrammi.
    La corona di sant’Edoardo deve il suo nome ad un sovrano di epoca medievale, Edoardo il Confessore, santificato nel 1161, ma in realtà il prezioso oggetto risale al 1661 perché l’originale del 1065 fu distrutto durante la guerra civile inglese su ordine di Oliver Cromwell.

    La nuova corona fu realizzata dal gioielliere reale Sir Robert Vyner incorporando oro e linee dell’antecedente medievale, ma conferendole, con le curve sinuose degli archetti, un tocco decisamente barocco.
    Simbolo per eccellenza del regno, è composta da un berretto di velluto bordato di ermellino intorno al quale si alternano quattro gigli e quattro croci. Gli archetti sono a loro volta sormontati da una croce centrale. Restaurata nel 1911, nel XX secolo la corona di sant’Edoardo fu utilizzata per le incoronazioni di Giorgio V (1911), Giorgio VI (1937) ed Elisabetta II (1953).

    La corona di sant'Edoardo è simbolo dell'autorità reale britannica all'interno del Commonwealth e dal 1953 la sua immagine stilizzata caratterizza il monogramma della regina Elisabetta II e compare su tutti gli stemmi britannici ufficiali.
    La corona di sant’Edoardo viene custodita nella Jewel House della torre di Londra.
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  • #coronanonsolovirus - XI puntata

    "Corona: non solo virus"
    La corona o punto coronato in musica

    Un'altra puntata della nostra rubrica sulle diverse accezioni e declinazioni del termine "corona".

    Anche nel mondo della musica esiste una corona. Nel linguaggio del pentagramma la corona (detta anche punto coronato) consiste in un punto sormontato da una breve linea ad arco, il quale, messo sopra (o sotto) a una nota o una pausa, ne indica la “sospensione temporale”.
    Il prolungamento è dovuto ad un arresto del moto musicale e non ad un aumento del valore della nota.

    Nonostante la libertà di questo permesso musicale, si è soliti mettere questo segno sopra la nota di durata più vicina al valore che si desidera ottenere, in modo da fornire un valido riferimento all’esecutore.
    A volte la corona è accompagnata da qualche aggettivo atto a meglio precisarne la durata (es. breve, lunga), ma spesso questa viene lasciata alla discrezione dell’esecutore o del direttore d’orchestra.
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  • #coronanonsolovirus - XII puntata

    "Corona: non solo virus"
    La corona d'Avvento

    Un'altra puntata della nostra rubrica sulle diverse accezioni e declinazioni del termine "corona".

    Nella liturgia cristiana l’Avvento (dal latino adventus: venuta, arrivo) costituisce un periodo di quattro settimane di attesa e preparazione del Natale.
    La corona d’Avvento è una tradizione densa di significati simbolici che ha avuto origine nel Nord Europa, più precisamente in Scandinavia, e ha preso piede nelle comunità cristiane di molti Paesi, travalicando anche dal contesto religioso per diventare una delle decorazioni natalizie più amate in tutto il mondo.

    La corona d’Avvento consta di un supporto circolare - a simboleggiare l’eternità, il ciclico ritorno del tempo, della natura e l’attesa del ritorno di Cristo - rivestito di rami di piante sempreverdi, solitamente conifere, anch’esse simbolo di eternità. Nel linguaggio simbolico dei colori, inoltre, il verde rappresenta la vita e la speranza.
    Le quattro candele stanno a significare le quattro settimane del tempo d’Avvento: se ne accende una in più ogni domenica, quindi la luce via via aumenta con l’appressarsi del Natale.

    Dal colore originario, quello naturale della cera, si è evoluta una simbologia cromatica che prevede l’impiego del viola (colore liturgico dell’Avvento) e del rosa, quest’ultimo riservato alla terza domenica come segno del Natale ormai vicino.

    In chiesa la corona d’Avvento si colloca in bella evidenza vicino all’altare. In casa pende dal soffitto, sorretta da nastri, oppure trova un posto d’onore al centro della tavola.
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  • #coronanonsolovirus - XIII puntata

    "Corona: non solo virus"
    La corona di spine

    Un'altra puntata della nostra rubrica sulle diverse accezioni e declinazioni del termine "corona".

    Non può mancare nella Settimana Santa il riferimento alla corona di spine con cui, secondo i testi sacri, i soldati romani incoronarono Gesù, poco prima della sua condanna a morte per schernire la sua pretesa regalità. Secondo l’evangelista Giovanni ( 19, 2-3 ): ”I soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi”.

    Secondo gli studiosi odierni il gesto dei soldati è da intendersi come una offensiva parodia della corona civica indossata dagli imperatori.
    Questa corona, solitamente un serto di quercia, era una decorazione militare offerta dai soldati a chi salvava la vita ai cittadini di Roma, spesso dopo una battaglia o una guerra.

    Secondo vari autori la reliquia della corona di spine rimase a Gerusalemme per secoli e successivamente fu portata a Bisanzio e da qui numerose spine presero strade diverse.

    La corona, invece, nel 1239 fu offerta a Luigi IX, re di Francia, che per averla pagò ai veneziani un'enorme quantità di oro e per custodire onorevolmente la santa reliquia a Parigi fece costruire la Sainte-Chapelle. Qui essa rimase fino alla Rivoluzione francese e, dopo alterne vicende, venne trasferita nella cattedrale di Notre-Dame, dove ha superato indenne l’incendio che nel 2019 ha devastato la chiesa.

    Come per altre reliquie, vari sono i luoghi che affermano di possedere spine provenienti da quella corona e non sempre è possibile distinguere quelle autentiche da quelle presunte tali.

    Vari pittori e scultori hanno rappresentato la corona di spine nelle Crocifissioni o nelle opere denominate Ecce Homo. Johann Sebastian Bach, nel 1727, ne fu ispirato per il corale “O Haupt voll Blut und Wunden” (O capo pieno si sangue e ferite) della “Passione secondo Matteo”.

    Alla corona di spine vengono associati simbolicamente due fiori: la passiflora, che richiama la forma degli strumenti della Passione, e il garofano rosso, per la forma e il colore rosso come il sangue.
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  • #coronanonsolovirus - XIV puntata

    "Corona: non solo virus"
    La corona imperiale di Stato

    Un'altra puntata della nostra rubrica sulle diverse accezioni e declinazioni del termine "corona".

    Commissionata per l’incoronazione di re Giorgio VI il 12 maggio 1937, la corona imperiale di Stato fu realizzata dai gioiellieri reali Garrard & Co., sul modello della corona creata nel 1838 per la regina Vittoria.
    La struttura in oro vede l’alternanza di croci “patenti” e gigli ed è sormontata dall’incrocio di due archetti, sovrastati da un globo e una croce patente. Completano la corona l’interno in velluto viola e una bordura di ermellino, antico simbolo di regalità.

    Su una struttura in oro, sono montate tre pietre di grande formato, oltre a 2868 diamanti, 17 zaffiri, 11 smeraldi e 269 perle. Sulla parte anteriore della corona spicca il brillante Cullinan II, la seconda pietra in ordine di dimensioni (317,4 carati), tagliata dal celeberrimo Cullinan, il più grande diamante mai trovato, detto “Stella d’Africa”. Il brillante Cullinan I non finì lontano: fu incastonato nello scettro. Sulla parte posteriore della corona, la posizione centrale è occupata da un grande zaffiro ovale noto come “Zaffiro Stuart”. Le due grandi pietre sono collegate da due file di perle, entro cui si alternano otto smeraldi e otto zaffiri.

    Gli archetti, sagomati a forma di foglia di quercia e tempestati di diamanti, si appoggiano su croci patenti. Quella frontale è ornata da un grande spinello rosso cabochon irregolare, chiamato Rubino del Principe Nero, Edoardo principe di Galles (1330-1376). All’intersezione degli archetti pendono delle grandi perle a goccia dette Orecchini della regina Elisabetta I (1533-1603). Il globo è tempestato di diamanti, come la croce patente che lo sormonta, quest’ultima ornata dallo Zaffiro di Sant’Edoardo, appartenuto a Edoardo il Confessore (1002 ca-1066).

    Durante l’incoronazione, la corona imperiale di Stato viene indossata dopo la corona di Sant’Edoardo a chiusura della cerimonia. È la corona che il sovrano porta in occasione dell’annuale discorso di apertura del Parlamento del Regno Unito.
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  • #coronanonsolovirus - XV puntata

    "Corona: non solo virus"
    La corona di san Venceslao

    Un'altra puntata della nostra rubrica sulle diverse accezioni e declinazioni del termine "corona".

    La corona di san Venceslao, del regno di Boemia, prese il nome dal duca Venceslao che nel 929 venne ucciso a causa della sua fede cristiana. Le fonti storiche testimoniano che nel 1346 l’imperatore Carlo IV di Lussemburgo commissionò una corona da eseguirsi sulla base di un vecchio modello e la dedicò al patrono della Boemia, facendone il simbolo del regno e la corona di Stato per l’incoronazione dei successivi sovrani boemi. Il re di Boemia era il più nobile tra i principi elettori del Sacro Romano Impero e dal 1526 la sua dignità divenne ereditaria all’interno della Casa d’Asburgo.La corona di san Venceslao venne utilizzata l'ultima volta per l'incoronazione dell’imperatore Ferdinando I a re di Boemia il 7 settembre 1836.

    Il manufatto è realizzato in oro da 21 a 22 carati: la base è formata da quattro grandi gigli da cui si dipartono due archetti il cui incrocio è sormontato da una croce, all’interno della quale si dice sia incastonata una spina proveniente dalla corona di spine di Gesù. Decorata con perle e pietre preziose di straordinario formato, la coronasi fregia di 19 zaffiri, 44 spinelli, un rubino, 30 smeraldi e 20 perle.

    Intorno alla corona è sorta una leggenda, in base alla quale chi la indossa senza esserelegittimo re di Boemiaè destinato a perire di morte violenta entro l'anno. L’episodio più celebrerisale alla seconda guerra mondiale, quando il gerarca nazista ReinhardHeydrich,governatore del Protettorato di Boemia e Moravia, visitando la Cattedrale di san Vito volle provarsi la corona, morendo meno di un anno dopo a seguito di un attentato.

    Come da antica disposizione dell’imperatore Carlo IV di Lussemburgo, il suo committente, la corona è tuttora conservata a Praga nella Cattedrale di san Vito, insieme alle altre corone. L'ingresso alla camera del tesoro è bloccato da sette serrature le cui sette chiavi sono custodite, una ciascuno, dal presidente della Repubblica Ceca, dai presidenti delle due camere del parlamento, dal primo ministro, dal sindaco di Praga, dall'arcivescovo di Praga e dal decano del capitolo di Vyšehrad. La corona viene esposta molto raramente: le occasioni più recenti sono state nell'aprile 2008 (90º anniversario dell'indipendenza dello Stato) e nel maggio 2016 (700º anniversario della nascita di Carlo IV di Lussemburgo).

    La storia della corona di Stato boema può sembrare remota, ma l’imperatore Carlo IV fu fratello naturale di Nicolò di Lussemburgo, patriarca di Aquileia. Il culto di san Venceslao, inoltre, ebbe larga diffusione nei territori dell’arcidiocesi di Gorizia portando, alla fine dell’Ottocento,a una corrispondente diffusione onomastica.
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  • #coronanonsolovirus - XVI puntata

    "Corona: non solo virus"
    Le Corone di Karen Blixen

    Un'altra puntata della nostra rubrica sulle diverse accezioni e declinazioni del termine "corona".

    La prima delle Corone in questione è una piccola macchina da scrivere portatile, l’americana Corona inventata da Otto Pettermann nel 1912, per l’epoca una vera novità, su cui Karen Blixen scrisse i suoi celebri racconti.

    Nata nel 1885 a Rungsted, a una ventina di chilometri da Copenhagen, Karen Dinesen compì la sua formazione di studi d’arte tra Copenhagen, Parigi e Roma. Nel 1914 sposò il barone Bror von Blixen-Finecke, intraprendendo la gestione di una piantagione di caffè in Kenya. Si aprì un ventennio di intenso amore per l’Africa, destinato a fornire materia prima per la successiva produzione letteraria. Il marito Bror si rivelò pessimo amministratore della piantagione e infedele, trasmettendo alla moglie la sifilide. A 46 anni Karen Blixen rientrò a Rungsted malata, divorziata, economicamente rovinata e inseguita dalla nostalgia dell’amato Kenya. Per combattere la depressione riprese la scrittura, che già aveva coltivato in anni giovanili, in un ufficio ricavato nella dimora di famiglia, in mezzo ai suoi libri e ai souvenir africani. Ogni mattina, al ritorno dalla passeggiata sul lungomare, si metteva al lavoro sulla sua macchina da scrivere Corona, acquistata a Nairobi. Videro così la luce le “Sette storie gotiche” e il suo capolavoro, “La mia Africa” che, nella trasposizione cinematografica di Sidney Pollack, divenne un successo mondiale.

    Il volto di Karen Blixen è effigiato sulla banconota da 50 Corone danesi. Come dire, da Corona a Corona…
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  • #coronanonsolovirus - XVII puntata

    "Corona: non solo virus"
    La corona della bicicletta

    Un'altra puntata della nostra rubrica sulle diverse accezioni e declinazioni del termine "corona".

    In meccanica la corona è, in un sistema di trasmissione a ruote dentate, il più grande dei due ingranaggi. Tale termine è stato acquisito in ambito ciclistico per indicare l'ingranaggio più grande della trasmissione del moto dai pedali alla ruota.Viene perciò chiamato corona l'ingranaggio anteriore, fissato sulla guarnitura tramite appositi bulloni.
    Il numero delle corone nelle biciclette è variabile: quelle più economiche o quelle a scatto fisso ne hanno una solamente. In genere le bici da corsa ne hanno due (a volte tre), mentre lo standard per le mountain bike è di tre (anche se si producono o si sono prodotte biciclette a due e a quattro corone anteriori).

    La dimensione delle corone si determina in base al numero di denti che hanno, in quanto praticamente tutte le biciclette usano corone con maglie di lunghezza standard (mezzo pollice). Il numero di denti è molto variabile a seconda della disciplina e quindi dell'impiego a cui deve rispondere la bicicletta, per cui si va da un minimo di 22 fino ad un massimo di 70.
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  • #coronanonsolovirus - XVIII puntata

    "Corona: non solo virus"
    La corona di Luigi XV di Francia

    Un'altra puntata della nostra rubrica sulle diverse accezioni e declinazioni del termine "corona".

    L'unico pezzo superstite dei regalia francesi risalenti all'Ancien Régime è la corona personale di Luigi XV (1710-1774), detto il “Benamato”, realizzata nel 1722 dagli orefici Auguste Duflos e Claude Rondé. Tanto la corona quanto la sua gemma più famosa vantano una storia alquanto avventurosa.

    In un’epoca in cui i sovrani francesi portavano corone di oro massiccio ma non ulteriormente arricchite da pietre preziose, nel 1722, in occasione dell’incoronazione del sovrano-bambino Luigi XV appena dodicenne, il reggente, Filippo II d'Orléans, commissionò all'orafo Augustin Duflot una corona dalla struttura ariosa ed impreziosita da un gran numero di gemme, su disegno del gioielliere di corte Laurent Rondé. A tal fine furono utilizzati i leggendari diamanti della collezione del Cardinale Mazzarino, altri 282 diamanti, 64 pietre di colore (zaffiri, rubini, smeraldi e topazi) e 230 perle.

    Preziosissimo tra le gemme preziose, spiccava il celeberrimo diamante “Reggente”, fissato nella parte anteriore della corona.
    Celebre per la sua bellezza e i suoi 140,5 carati, il “Reggente” deve il suo nome al primo proprietario francese, Filippo II d’Orleans, reggente del regno di Francia dal 1715 al 1723, fino alla maggiore età di Luigi XV (peraltro dichiarato maggiorenne a 13 anni). Filippo l’acquistò da Thomas Pitt, governatore della provincia di Madras, in India.

    Proprio da una miniera del sud dell’India, nella regione della Golconda, pare provenisse il diamante grezzo, ritrovato, secondo la leggenda, da uno schiavo che lo trafugò e fu ucciso dal capitano inglese a cui voleva venderlo. Il diamante fu venduto a Thomas Pitt, che lo fece tagliare a Londra ricavandone un diamante con taglio a brillante di eccezionale bellezza, battezzato “Pitt” e altri diamanti più piccoli, che furono ceduti allo zar di Russia Pietro il Grande. Filippo d’Orleans acquistò invece il “Pitt”nel 1717.

    Incastonato nella corona nel 1722, il ”Reggente” divenne il diamante dei re di Francia. I rivoluzionari lo ribattezzarono “Diamante del tiranno”, lo confiscarono ed esposero nel “GardeMeuble National” nel 1791, ove fu rubato nel 1792, per poi essere ritrovato un anno dopo nascosto in una trave di un palazzo dell’Avenue Montaigne.

    Tutte le corone di Francia furono perse, rubate o distrutte durante la Rivoluzione francese, mentre la corona di Luigi XV fu l'unica sopravvissuta. Il “Reggente” fu incastonato nell’elsa della spada di Napoleone e, alla caduta dell’impero, Maria Luisa d’Austria lo portò con sé. Restituito alla Francia nel 1818, fu successivamente incastonato nella corona dell’imperatrice Eugenia.

    Nel 1885 la Terza Repubblica francese decise di vendere all’asta le pietre preziose incastonate nella corona di Luigi XV, mentre la struttura venne risparmiata, quale testimonianza storica, sostituendovi le gemme originali con copie di vetro. Il “Reggente” fu nascosto durante la seconda guerra mondiale nell’intonaco dietro un caminetto di marmo nel castello di Chambord. Dalla fine del XIX secolo appartiene al Museo del Louvre, ove si trova ancor oggi esposto, come anche la corona di Luigi XV, nella Galleria d’Apollo.
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