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exhibitMostre concluse

Sergio Scabar. Oscura camera

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Luogo
Palazzo Attems Petzenstein
room
Indirizzo
Piazza Edmondo De Amicis
event
Date
dal 28 giugno al 13 ottobre 2019
phone
Telefono
info
Descrizione
Dal 28 giugno al 13 ottobre 2019 Palazzo Attems Petzenstein, sede dei Musei di Gorizia, ospiterà la prima mostra antologica dedicata al fotografo Sergio Scabar. Nato nel 1946 a Ronchi dei Legionari, Scabar si avvicina alla fotografia nel 1964 e comincia a esporre nel 1970. Spinto dalle sue esigenze estetiche, da un visivo pittorico nutrito di letture, di cataloghi d’arte fotografica e non, di frequentazioni di mostre e di artisti – a Parigi ha occasione di conoscere e fotografare Man Ray – Scabar inizia a indagare i limiti e le possibilità del processo foto-chimico. Si riappropria così dei metodi, della meticolosità e dei tempi del lavoro artigianale, che richiede precisione e silenzio. La macchina fotografica, che siamo abituati a ritenere un mezzo di riproduzione meccanica, diviene lo strumento imprescindibile del rito della creazione artistica, della nascita dell’immagine: dall’ideazione e dalla composizione in posa degli oggetti tratti dal quotidiano, alla stampa su carta baritata impregnata di gelatina al bromuro d’argento, rigorosamente in esemplare unico e in una gamma tonale bassa, sino alla creazione della cornice.

«Questa mostra nasce dalla volontà di ripercorrere e presentare al pubblico le tappe fondamentali dell’iter artistico di Scabar – spiega Alessandro Quinzi, conservatore dei Musei Provinciali di Gorizia – dalle poco note serie degli anni Settanta, quasi dei reportage, sino alle opere della maturità, quando Scabar focalizza lo sguardo su soggetti semplici immersi in una luce crepuscolare.» Oltre agli oggetti del quotidiano e all’ultima serie dei vegetali, saranno esposti anche i paesaggi. In essi Guido Cecere, titolare della Cattedra di Fotografia all'Accademia di Belle Arti di Venezia e cocuratore dell’esposizione, riconosce una «complessità di segni, ritmi e vibrazioni che brulicano nella descrizione di tronchi, rami, foglie, pietre, riflessi di una natura sorprendentemente ricca e autentica, dove se un tronco cade, non viene raccolto e fatto a pezzi, ma lasciato marcire nell'acqua, dove la materia si sposa con altra materia, nella spontanea e perfetta simbiosi di un ciclo vitale antico come la terra».

Giorni e orari di apertura:
Martedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica dalle 10.00 alle 18.00
Giovedì dalle 10.00 alle 20.00
Chiuso il lunedì

Visite guidate gratuite comprese nel biglietto di ingresso ogni giovedì ore 18.00 a cura di Musaeus Società Cooperativa

Biglietti d'ingresso (valido per la visita alla mostra e a tutta la pinacoteca):
Biglietto intero: 6€
Biglietto ridotto: 3€ (ragazzi tra i 18 e i 25 anni; gruppi di almeno 10 persone; nuclei familiari con minorenni).
Biglietto gratuito: insegnanti con scolaresche; accompagnatori turistici o guide; giornalisti; disabili e accompagnatori; tutti la prima domenica del mese.
Biglietto scolaresche senza visita guidata: 1€ procapite (insegnanti accompagnatori ingresso gratuito)
Biglietto scolaresche con visita guidata: 3€ procapite (insegnanti accompagnatori ingresso gratuito)

Il biglietto prevede l’ingresso alla pinacoteca e ad eventuali mostre in corso nella stessa sede.

Per chi volesse visitare anche i musei di Borgo Castello ed eventuali mostre, è possibile acquistare un unico biglietto cumulativo: intero 7€, ridotto 4€ (ragazzi tra i 18 e i 25 anni; gruppi di almeno 10 persone; nuclei familiari con minorenni).

Prenotazione visite guidate:
Tel: +39 348 1304726
@: didatticamusei.erpac@regione.fvg.it

Accessibilità:
La mostra è accessibile ai disabili.
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Sogni di latta… e di cartone (Cavasso Nuovo)

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Luogo
Palazzo Polcenigo – Fanna, Cavasso Nuovo (PN)
room
Indirizzo
Piazza Plebiscito
event
Date
dal 23 giugno al 6 ottobre 2019
person
Organizzatore
Ente regionale per il patrimonio culturale del Friuli Venezia Giulia e Comune di Cavasso Nuovo
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Telefono
info
Descrizione
Una mostra per ripercorrere la storia d’Italia attraverso le sue tabelle pubblicitarie di latta e di cartone, dal 1900 al 1950. Dopo il successo ottenuto nei mesi scorsi a Palazzo Attems Petzenstein di Gorizia, la mostra viene riproposta a Cavasso Nuovo (PN), nelle sale di Palazzo Polcenigo – Fanna, dal 23 giugno al 6 ottobre.

Organizzata dall’Ente regionale per il patrimonio culturale del Friuli Venezia Giulia e dal Comune di Cavasso Nuovo, l’esposizione presenta 233 tabelle pubblicitarie della collezione privata di Stefano Placidi.

Ingresso gratuito

Giorni e orari di apertura
- sabato dalle 15:00 alle 18:00
- domenica dalle 10:30 alle 12:30 e dalle 15:00 alle 18:00

Informazioni
Tel: +39 0427 77014
@: info@museodellemigrazione.it

Accessibilità
La mostra è accessibile ai disabili
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Fiori in villa. Dipinti e disegni dai Musei Provinciali di Gorizia

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Luogo
Villa Manin, Sala esposizioni, Barchessa di levante
room
Indirizzo
Piazza Manin
event
Date
dal 16 marzo al 30 giugno 2019
person
Organizzatore
ERPAC – Ente Regionale per il Patrimonio Culturale della Regione Friuli Venezia Giulia. Servizio ricerca, musei e archivi storici. Servizio catalogazione, promozione, valorizzazione e sviluppo del territorio
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E-mail
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Telefono
info
Descrizione
Attenzione: la mostra è stata prorogata fino al 30 giugno.

Si inaugura sabato 16 marzo 2019 alle ore 11 la mostra “Fiori in villa. Dipinti e disegni dai Musei Provinciali di Gorizia”, promossa da ERPAC – Ente Regionale per il Patrimonio Culturale della Regione Friuli Venezia Giulia. Cornice dell’evento è la manifestazione “Nel Giardino del Doge Manin”, rassegna dedicata al miglior florovivaismo oggi sul mercato, che nelle giornate di sabato 16 e domenica 17 marzo accoglierà nella sede di Villa Manin, numerosissime iniziative e incontri dove i fiori e le piante saranno i protagonisti.

L’esposizione, a cura di Alessandro Quinzi (conservatore della Pinacoteca di Palazzo Attems Petzenstein a Gorizia), intende offrire uno spaccato numericamente esiguo, ma in ogni caso significativo, dei motivi floreali nella pittura tra Otto e Novecento attingendo alle collezioni dei Musei Provinciali di Gorizia.

Il percorso, idealmente suddivisibile in due sezioni, si apre con il Ritratto di Ignazio Furlani, capolavoro tardo di Giuseppe Tominz (1790–1866), affiancato dal Ritratto di bambina del suo allievo Giacomo Giuseppe Battig (1820–1852), da un ritratto muliebre di Domenico Acquaroli (1817–1880), che nel taglio compositivo ricalca i ritratti femminili tominziani, e da un inedito disegno ornamentale firmato da un giovanissimo Francesco Malacrea (1812–1886). La seconda metà del secolo vede l’ammiccante Oziosa di Antonio Rotta (1828–1893) alla quale è contrapposto il Ritratto di Giovanni Nepomuceno Favetti detto il Mago di Annibale Strata (1828–1894), che nel mazzolino tricolore appuntato sul bavero della giacca dichiara apertamente il proprio irredentismo.
Un interesse prettamente scientifico verso il tema dei fiori è documentato invece da due disegni e due acquerelli, opera di artisti amatoriali attivi ai primi dell’Ottocento e ai primi del Novecento. Gli anni Trenta del secolo scorso sono dominati dall’imponente dittico di Riccardo Moritz (1902–?) che ritrae la famiglia di Ranieri Mario Cossar, già direttore dei Musei Provinciali, ai quali si affiancano una Primula, un delicato ritratto di fanciulla di Franco Orlando (1893–1983) e una Natura morta di Sante Lucas (1898–1980) di una calibrata nitidezza formale. Questo dipinto introduce anche la seconda parte del percorso dove i fiori non sono più legati alla figura umana, ma diventano pretesto sufficiente per fare pittura, in un graduale passaggio dalla forma al segno. Apre la “sezione” una Natura morta di Attilio Fonda (1880–1940) nei toni blu, violetto e lilla, si prosegue poi con la Natura morta con pianta e brocca di Augusto Černigoj (1898–1985) memore della lezione cubista, con le rarefatte Mimose del veneziano Renato Borsato (1927–2013) e con la Composizione floreale di Olivia Bregant (1914–2006) resa con una pennellata corposa. Chiudono il percorso due composizioni floreali calde e vibranti a firma di Gilda Nadia Goldschmied (1894–1971).


Giorni e orari di apertura:
Dal martedì al venerdì dalle 15.00 alle 19.00
Sabato, domenica e festivi dalle 10.00 alle 19.00

Ingresso libero

Per informazioni:
ERPAC
Servizio catalogazione, promozione, valorizzazione e sviluppo del territorio
Tel: +39 0432 821211
@: info@villamanin.it
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Occidentalismo. Modernità e arte occidentale nei kimono della Collezione Manavello. 1900-1950

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Luogo
Museo della Moda e delle Arti Applicate
room
Indirizzo
Borgo Castello
event
Date
dal 21 novembre 2018 al 5 maggio 2019
person
Organizzatore
ERPAC – Ente Regionale per il Patrimonio Culturale della Regione Friuli Venezia Giulia. Servizio Musei e Archivi Storici
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Telefono
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Telefono
info
Descrizione
Attenzione: la mostra è stata prorogata fino al 5 maggio 2019.

Il Museo della Moda e delle Arti Applicate di Gorizia del Servizio Musei e Archivi Storici di ERPAC - Ente Regionale Patrimonio Culturale della Regione Friuli Venezia Giulia, propone una mostra interamente dedicata ai kimono. Non kimono qualunque, ma quelli prodotti in Giappone tra il 1900 e gli anni Quaranta, pezzi che riflettono la volontà imperiale di occidentalizzare il Paese.

Così come, nel secolo precedente, il Giapponismo era deflagrato in tutta Europa, influenzando una parte significativa della produzione artistica, all’inizio del Novecento il gusto occidentale esplode in Giappone. E questa ventata di novità investe anche il capo-simbolo della tradizione: il kimono. Ai motivi tradizionali si affiancano disegni coloratissimi che richiamano, in modo puntuale, il Cubismo, il Futurismo e le altre correnti artistiche europee. C’è anche un singolare kimono che celebra il patto tripartito Roma-Berlino-Tokyo del 1940, dove la bandiera italiana è seminascosta dentro le cuciture mentre il Sol Levante e la svastica campeggiano ovunque.

Tanto è stato detto e scritto sull’Orientalismo e segnatamente sullo Japonisme, ovvero sull’influenza delle arti giapponesi su quelle europee tra la fine dell’Ottocento ed i primi del Novecento, ma poco si sa ancora dell’inverso rapporto, ovvero di quel fenomeno complesso e sfaccettato che portò talune arti giapponesi ad assimilare forme e contenuti di matrice schiettamente occidentale: avvenne con la pittura, che interpretò originalmente la lezione prospettica, ed avvenne con i kimono che, più di ogni altra forma d’arte, furono influenzati dal mutamento della società giapponese del tempo trasferendone fedelmente gli effetti sul tessuto, utilizzato alla stregua di una superficie pittorica.

Tra i pochissimi musei dedicati alla moda presenti sul territorio nazionale, il Museo della Moda di Gorizia è ora anche il primo museo italiano a indagare un particolarissimo settore dell’arte, offrendo al pubblico uno spaccato inedito e sorprendente di storia culturale.
Il periodo è uno dei più complessi e travagliati della storia giapponese, ovvero quello del passaggio da stato feudale a temuta superpotenza, culminato con il secondo conflitto mondiale.
Da un punto di vista socio-culturale, il Paese del Sol Levante visse questo lasso di tempo (fine Ottocento/anni Quaranta del Novecento) con un atteggiamento conflittuale, in bilico fra il brivido delle novità provenienti da Oltreoceano ed il rassicurante attaccamento alla tradizione.

Nell’immaginario collettivo occidentale il kimono rappresenta l’icona stessa del Giappone nella sua veste suadente di raffinatezza ed esotismo. Ma pochi sanno che una cospicua parte dei kimono prodotti entro la prima metà del Novecento, cioè i kimono Meisen, sfugge decisamente a questa categoria, adottando fantasie suggerite dai movimenti d’Avanguardia (si va dalla Secessione viennese alla Scuola di Glasgow, dal Futurismo al Cubismo, dal Divisionismo all’Espressionismo astratto di Jackson Pollock), ispirate a contemporanei fatti di storia oppure ancora alle conquiste tecnologiche, in un eccitante e quanto mai sorprendente caleidoscopio di colori, fantasie, tecniche di decorazione e di tessitura, anche queste ispirate alla produzione tessile occidentale.

La mostra presenta 40 pezzi, tra kimono e haori (sovrakimono), una selezione particolarmente significativa del contesto illustrato, per far conoscere al pubblico un settore della produzione tessile giapponese fino ad oggi poco esplorato. I capi in mostra sono vesti raffinate, destinate ad un ceto medio-alto, non confezionate per l’esportazione. Potevano essere apprezzate da persone di una certa cultura o anche semplicemente curiose o desiderose di apparire al passo con i tempi. Avevano certo tutte una visione: il loro Paese alla pari con le grandi nazioni del mondo, capace di assimilare le loro conoscenze, i loro costumi ma con l’orgoglio della propria diversità.

I 40 esemplari esposti, insieme a obi, stampe, illustrazioni e riviste, provengono da una importante collezione italiana, la Collezione Manavello. Tale collezione nel suo complesso è ben più numerosa, includendo capi da uomo, donna e bambino, sia tradizionali che non, oggetti e suppellettili attinenti all’abito e al suo contesto, quali calzature e accessori per capelli, oggetti per la cerimonia del tè, bambole e documentazione cartacea.


Giorni e orari di apertura:
Dal martedì alla domenica dalle 9.00 alle 19.00.
Chiuso il lunedì.

Biglietto d'ingresso (valido per la visita alla mostra e per tutti i musei con sede in Borgo Castello):
Biglietto intero: 6€
Biglietto ridotto: 3€ (ragazzi tra i 18 e i 25 anni; gruppi di almeno 10 persone; nuclei familiari con minorenni).
Biglietto gratuito: insegnanti con scolaresche; accompagnatori turistici o guide; giornalisti; disabili e accompagnatori; tutti la prima domenica del mese.
Biglietto scolaresche senza visita guidata: 1€ procapite (insegnanti accompagnatori ingresso gratuito)
Biglietto scolaresche con visita guidata: 3€ procapite (insegnanti accompagnatori ingresso gratuito)

Il biglietto consente l’ingresso alla mostra, al Museo della Moda e delle Arti Applicate, al Museo della Grande Guerra e alla Collezione Archeologica.

Per chi volesse visitare anche il Palazzo Attems Petzenstein, sede della Pinacoteca, ed eventuali sue mostre, è possibile acquistare un unico biglietto cumulativo: intero 7€, ridotto 4€ (ragazzi tra i 18 e i 25 anni; gruppi di almeno 10 persone; nuclei familiari con minorenni).

Accessibilità:
La mostra è accessibile ai disabili.

Prenotazione visite guidate:
Tel: +39 348 1304726
@: didatticamusei.erpac@regione.fvg.it
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Sogni di latta… e di cartone. Tabelle pubblicitarie italiane 1900-1950

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Luogo
Palazzo Attems Petzenstein
room
Indirizzo
Piazza Edmondo De Amicis, 2 - Gorizia (GO)
event
Date
dal 27 settembre 2018 al 28 febbraio 2019
person
Organizzatore
ERPAC – Ente Regionale per il Patrimonio Culturale della Regione Friuli Venezia Giulia. Servizio Musei e Archivi storici
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Telefono
info
Descrizione
Attenzione: la mostra è stata prorogata fino al 28 febbraio 2019.

In mostra si potranno vedere circa 400 esemplari di tabelle pubblicitarie in latta e cartone appartenenti ad una straordinaria collezione privata udinese totalmente inedita: quella di Stefano Placidi, costruita in 35 anni di attività collezionistica. La rassegna, a cura di Piero Delbello e Raffaella Sgubin, accompagna il visitatore lungo un percorso di 50 anni di storia del Novecento allestito in 12 sale del piano terra di Palazzo Attems Petzenstein e organizzato per settori merceologici.

In un percorso che si snoda fra commercio e industria, le tabelle esposte seguono per molti tratti la bellezza femminile, giusta immagine per profumerie e drogherie, con i volti esemplari di una perfetta donna Déco, come per Hormona prodotti di bellezza (1934), oppure per Imédia tintura per capelli dell’Oreal (1934), o ancora per i prodotti di casa con la “dama bianca” del detersivo Persil (1929). Declinati al femminile appaiono spesso anche gli alimentari, pasta, olio e pomodoro: là, procaci, primeggiano le donne mediterranee, come quella per l’Olio Radino (1950) di Gino Boccasile, l’inventore della “Signorina Grandi Firme”. Via via prendono corpo anche i messaggi “liquidi”: dai liquori forti, con una superba coppia Liberty uscita dalla mani di Marcello Dudovich, il re dei cartellonisti, per il cognac Louis Tailleurs (1901/1902), perfetta scena nelle atmosfere da Belle Époque, al volto di donna sognante e seducente per gli spumanti Contratto di Mario Gros (1939), al sorriso de “la ragazza dell’Aperol” (1950 ca.) di Nano Campeggi, sino al famoso “cameriere” per la Birra Dreher (1925 ca.) del fumettista Giovanni Scolari.

E se la donna, anche materna, custode dei pargoli e della casa – emblematiche l’aria alla Dudovich del Sapone Palmolive (1935), con la madre sprizzante d’orgoglio per il biondo figlio nudo nella purezza di una profumata pulizia, o la sinuosa, stilizzata donnina in atmosfera Déco della Rayon Tappezzerie di Luciano Bonacini (1934) – riesce spesso ad accaparrarsi le scene, la figura maschile non manca di forza e di spazio soprattutto nei prodotti giusti per il genere. Ecco l’uomo per il cappello Borsalino (anni ‘40) sublimarsi, in una grafica alla Walter Molino, con l’impeto che caratterizzerà le copertine di riviste mondane come “Grand-Hotel”, oppure quello che esce dalle mani di Plinio Codognato per il cappello Panizza (1925 ca.) addirittura trasfigurare se stesso in una moltiplicazione di volti per un copricapo solo, unico per qualunque testa: Panizza, appunto. Insomma: dalle realistiche descrizioni paesistiche ottocentesche delle latte litografate – significativa la tabella per il Burro di Milano della ditta Ferrari (fine ‘800 - primi ‘900) con una scena di scarico merci in ambito portuale ancora da piroscafi a vela e motore – alle innovazioni in giochi di inserimenti fotografici su basi grafiche, come nella Pasta Dentifricia Gi.vi.emme (1941) di Erberto Carboni, passa davanti ai nostri occhi un cinquantennio e più di vita italiana. Cambiano i modi, i costumi e le simpatie ma si continua, furbescamente, a donar gioia con la pubblicità perché “a dir le mie virtù basta un sorriso” (Pasta dentifricia Kaliklor, anni ’20).

Al termine del percorso espositivo della mostra temporanea si consiglia una visita alla pinacoteca allestita al piano nobile, che custodisce opere di artisti insigni e versatili che sono stati anche cartellonisti, come Hosef Maria Auchentaller, Gino de Finetti e Tullio Crali.


Visite guidate gratuite ogni sabato e domenica ore 16.00.


Giorni e orari di apertura:
Dal martedì alla domenica dalle 10:00 alle 18:00.
Chiuso il lunedì.

Biglietti d'ingresso (valido per la visita alla mostra e a tutta la pinacoteca):
Biglietto intero: 6€
Biglietto ridotto: 3€ (ragazzi tra i 18 e i 25 anni; gruppi di almeno 10 persone; nuclei familiari con minorenni).
Biglietto gratuito: insegnanti con scolaresche; accompagnatori turistici o guide; giornalisti; disabili e accompagnatori; tutti la prima domenica del mese.
Biglietto scolaresche senza visita guidata: 1€ procapite (insegnanti accompagnatori ingresso gratuito)
Biglietto scolaresche con visita guidata: 3€ procapite (insegnanti accompagnatori ingresso gratuito)

Il biglietto prevede l’ingresso alla pinacoteca e ad eventuali mostre in corso nella stessa sede.

Per chi volesse visitare anche i musei di Borgo Castello ed eventuali mostre, è possibile acquistare un unico biglietto cumulativo: intero 7€, ridotto 4€ (ragazzi tra i 18 e i 25 anni; gruppi di almeno 10 persone; nuclei familiari con minorenni).

Prenotazione visite guidate:
Tel: +39 348 1304726
@: didatticamusei.erpac@regione.fvg.it

Accessibilità:
La mostra è accessibile ai disabili.
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L’atelier dei fiori. Gli abiti di Roberto Capucci incontrano le immagini di Massimo Gardone

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Luogo
Museo della Moda e delle Arti Applicate
room
Indirizzo
Borgo Castello
event
Date
dal 14 settembre 2018 al 5 maggio 2019
person
Organizzatore
ERPAC – Ente Regionale per il Patrimonio Culturale della Regione Friuli Venezia Giulia. Servizio Musei e Archivi storici. Servizio Promozione, Valorizzazione e Sviluppo del territorio
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Telefono
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Descrizione
Attenzione: la mostra è stata prorogata fino al 5 maggio.

Si inaugura il 13 settembre alle ore 18 la mostra L’atelier dei fiori, con la partecipazione straordinaria del maestro Roberto Capucci, uno dei padri fondatori della moda italiana e figura di straordinario rilievo nel panorama artistico e culturale. L’evento, dopo l’esordio a Villa Manin (marzo - maggio 2018) è la seconda tappa di un percorso itinerante sotto la regia dell’Ente Regionale per il Patrimonio Culturale della Regione Friuli Venezia Giulia in collaborazione con la Fondazione Roberto Capucci. Se a Villa Manin la cornice era quella floreale della manifestazione “Il giardino del Doge” e degli spazi espositivi appena inaugurati, a Gorizia la cornice è quella del Museo della Moda e delle Arti Applicate.

L’infinità delle forme e dei colori del mondo vegetale affascina l’uomo dall’inizio dei tempi, rappresentando al contempo una fonte di ispirazione artistica molto frequentata e particolarmente vocata a stabilire collegamenti trasversali e interazioni tra le arti.

Dal regno di Flora Roberto Capucci ha tratto sovente ispirazione, a volte esplicita fin dal nome delle sue creazioni, come Bocciolo di rosa, Calla, Tulipano o Bouganville, e perseguita con evidenti affinità di forma. Altre volte il fiore si posa sulla superficie del vestito, costellando l’intero capo (Primavera, ispirato a Botticelli) oppure una parte, come il corpino di un poetico abito da sposa, o magari dei dettagli, come scollo e maniche del sontuoso abito da sera viola appartenuto a Valentina Cortese.

Massimo Gardone si accosta al mondo floreale con l’obiettivo fotografico e una sensibilità raffinatissima. Delle corolle evidenzia la natura eterea, accentuata dal grafismo delle impercettibili nervature che le percorrono. Gardone del fiore cattura l’essenza, distilla la bellezza nella sua forma più pura.

La mostra nasce dall’incontro tra i fiori eterei di Massimo Gardone e quelli materici di Roberto Capucci, che si sostanziano in serici velluti, rasi e taffetas. Un incontro casuale di due sensibilità artistiche molto affini, di due linguaggi diversi che trovano nel confronto una inattesa armonia.

Giorni e orari di apertura:
Dal martedì alla domenica dalle 9:00 alle 19:00.
Chiuso il lunedì.

Biglietto d'ingresso (valido per la visita alla mostra e per tutti i musei con sede in Borgo Castello):
Biglietto intero: 6€
Biglietto ridotto: 3€ (ragazzi tra i 18 e i 25 anni; gruppi di almeno 10 persone; nuclei familiari con minorenni).
Biglietto gratuito: insegnanti con scolaresche; accompagnatori turistici o guide; giornalisti; disabili e accompagnatori; tutti la prima domenica del mese.
Biglietto scolaresche senza visita guidata: 1€ procapite (insegnanti accompagnatori ingresso gratuito)
Biglietto scolaresche con visita guidata: 3€ procapite (insegnanti accompagnatori ingresso gratuito)

Il biglietto consente l’ingresso alla mostra, al Museo della moda, al Museo della Grande Guerra e alla Collezione Archeologica.

Per chi volesse visitare anche il Palazzo Attems Petzenstein, sede della Pinacoteca, ed eventuali sue mostre, è possibile acquistare un unico biglietto cumulativo: intero 7€, ridotto 4€ (ragazzi tra i 18 e i 25 anni; gruppi di almeno 10 persone; nuclei familiari con minorenni).

Prenotazione visite guidate:
Tel: +39 348 1304726
@: didatticamusei.erpac@regione.fvg.it

Accessibilità:
La mostra è accessibile ai disabili.
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Gli alberi di San Martino del Carso

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Luogo
Museo della Grande Guerra
room
Indirizzo
Borgo Castello
event
Date
dal 30 giugno al 23 settembre 2018
person
Organizzatore
ERPAC - Servizio Musei e Archivi Storici
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Descrizione
Sono stati separati per oltre cent’anni e ora che finalmente si sono ritrovati ritornano insieme nelle loro terre d’origine, dove tutto ebbe inizio. Sono i due alberi simbolo di quello che fu il primo conflitto mondiale nelle martoriate terre di San Martino del Carso, l’Albero Isolato di Valloncello, che ispirò i celebri versi di Giuseppe Ungaretti, e l’Albero Storto, che diede nome a un’importante e pericolosa trincea che si trovava nel Bosco Cappuccio, sulla strada che da Sdraussina porta a San Martino del Carso. Grazie a un’operazione del Gruppo speleologico carsico di San Martino e ad alcune preziose collaborazioni internazionali i due alberi simbolo di sofferenza e di resistenza, che all’epoca furono tagliati dalle truppe ungheresi e trasportati in madrepatria con gli onori dovuti alle reliquie, sono stati rintracciati e recentemente riuniti in una mostra itinerante, intitolata “Gli Alberi di San Martino del Carso”.

Dopo una prima tappa al museo della Fortezza di Oradea, in Transilvania, e una seconda al museo nazionale di storia militare di Budapest, l’esposizione torna ora in patria e verrà ospitata, grazie alla collaborazione con il Servizio Musei e Archivi storici dell’ERPAC – Ente regionale per il patrimonio culturale del Friuli Venezia Giulia, nelle sale espositive del Museo della Grande Guerra di Gorizia (Borgo Castello 13) dal 30 giugno al 16 settembre 2018, con inaugurazione venerdì 29 giugno alle 18.

I due alberi simbolo della lotta sul fronte di San Martino del Carso - finora custoditi al Mòra Fenec Muzeum di Szeged (Albero Isolato) e al Muzeul Banatului di Timișoara (Alberto Storto) -, sono entrambi tronchi di gelso, testimoni silenti di un paesaggio sconvolto giorno dopo giorno dai colpi d’artiglieria, che non risparmiavano né l’uomo né la natura circostante. Furono simboli condivisi dai soldati italiani e ungheresi che si affrontarono su quello che lo stesso Ungaretti avrebbe definito molti anni dopo un “Carso di terrore”. Sia l’Albero Isolato, che sorgeva nei pressi dell’antica chiesa di San Martino, sia l’Albero Storto, in tempo di pace erano stati piante generose, che non fornivano soltanto dolci frutti, ma anche, alle famiglie contadine, la possibilità di integrare i magri redditi con la gelsibachicoltura domestica. Dell’Albero Isolato scrisse anche l’Arciduca Giuseppe, comandante del VII Corpo d’armata: “Vicino la chiesa, ridotta ad un rudere, sulla quota 197 sorge l’albero morente dei soldati del 46°. Si trova non lontano dietro la linea e viene usato come orientamento per i contrattacchi. Numerosi proiettili italiani e nostri lo hanno trapassato, parecchie granate hanno lacerato il misero tronco ormai in fin di vita. […] Un sentimento doloroso mi assale ogni volta che vedo questo albero mutilato, ritto in mezzo al desolato cumulo di rovine e frammenti di pietra. Una stretta gelida scende nel cuore con una domanda angosciosa: “Forse sei il simbolo della nostra sorte, tu povero alberello?””

L’esposizione dei due alberi simbolo è accompagnata da pannelli didattici relativi alla Grande Guerra, ma anche da una nota gentile, una serie di cartoline scritte da Doberdò, e altre località di guerra, da un tenente ungherese, László Szüts, alla sua fidanzata e poi moglie Maria Várad, tra aprile 1917 e settembre 1918. La particolarità che differenzia questi biglietti dalla grande mole di corrispondenza intercorsa all’epoca è il fatto che sono corredati da mazzolini di fiori essiccati, colti accanto alle trincee o in mezzo a paesi diroccati. Ottimamente conservati, molti di questi fiori hanno addirittura preservato le cromie originali. Testimoni di una storia d’amore a lieto fine, nonostante la guerra e l’epidemia di Spagnola, questi fiori sono una testimonianza toccante della resistenza della natura alla barbarie umana, oltre che della resistenza umana alla violenza indicibile della guerra.
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Sergio Altieri. Il colore appassionato. Opere 1949/2018

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Luogo
Musei Provinciali di Gorizia, Palazzo Attems Petzenstein
room
Indirizzo
Piazza Edmondo De Amicis
event
Date
20 aprile - 19 agosto 2018
person
Organizzatore
Erpac in collaborazione con Cassa Rurale FVG
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Descrizione
Con “Il colore appassionato” Sergio Altieri varca per la prima volta da protagonista assoluto la soglia di Palazzo Attems Petzenstein. Inaugurata venerdì 20 aprile, la mostra – che si configura come la più ampia antologica del pittore caprivese mai realizzata a Gorizia - è stata organizzata dall’Ente Regionale per il Patrimonio Culturale (ERPaC) - Musei Provinciali di Gorizia, in collaborazione con la Cassa Rurale FVG nell’ambito del “Progetto Arte” , iniziativa che già negli anni passati ha portato autori di spicco nelle sale della Pinacoteca. L'esposizione, curata dal critico Giancarlo Pauletto, propone al pubblico opere che ripercorrono l'intera carriera del Maestro, dagli esordi sulla scia degli insegnamenti del cormonese Gigi Castellan fino alle sue più recenti realizzazioni. Circa settante le tele che condurranno per mano lo spettatore in un viaggio attraverso i cicli più celebri della sua produzione fra cui spiccano “Case sulla collina”, le ville venete, i “Castelli di Fratta”, le immaginifiche vedute di Venezia, le celebri bambine e gli amanti sull'erba. Attingendo al florido collezionismo privato dell'artista si potranno vedere esposte opere finora inedite che manifestano l'iniziale inclinazione espressionista, il realismo degli anni Cinquanta, le influenze informali dei Sessanta senza perdere mai di vista elementi lirici costanti quali la propensione narrativa, l'amore per la propria terra, la visione sostanzialmente ottimistica dell'esistenza e il colorismo veneto che costituisce la matrice più profonda dell'arte di Altieri. Protagonista di biennali internazionali e di esposizioni di livello nazionale sin dagli anni Cinquanta, Sergio Altieri nasce a Capriva nel 1930 (dove ha tuttora il proprio studio). Sempre in contatto con le vicende artistiche del territorio, si avvicina ben presto al gruppo dei neorealisti friulani (che annovera tra gli altri Anzil, Zigaina, Tavagnacco) e, negli anni Settanta, è tra i fondatori del gruppo internazionale “2XGO”.
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La Rivoluzione russa. Da Djagilev all’Astrattismo (1898-1922)

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Luogo
Musei Provinciali di Gorizia, Palazzo Attems Petzenstein
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Indirizzo
Piazza Edmondo De Amicis
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Date
21 dicembre - 25 marzo 2018
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Organizzatore
ERPAC - Servizio Musei ed Archivi Storici
Centro Studi sulle Arti della Russia (CSAR) - Università Ca' Foscari Venezia
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Descrizione
Non una ma almeno sei rivoluzioni hanno trasformato la Russia accompagnandola nel processo di formazione dell'URSS. “La Rivoluzione russa. L'arte da Djagilev all'astrattismo. 1898 – 1922” propone infatti la tesi che siano stati molteplici i momenti di rottura in grado di avvicinare e manifestare contemporaneamente le diversità fra l'Europa e l'impero zarista anche all'indomani della sua caduta. La mostra, ideata da Giuseppe Barbieri e Silvia Burini (docenti del Centro Studi sulle Arti della Russia facente riferimento all'Università di Ca' Foscari) si articola nelle tredici sale del piano nobile di Palazzo Attems Petzenstein. Il percorso è introdotto dalla scenografica proiezione di un filmato curato dallo studio CamerAnebbia di Milano. Grazie anche alla colonna sonora che spazia da Skrjabin a Mosolov passando per l' “Uccello di fuoco” di Stravinskij, si viene catapultati in atmosfere senza tempo attraverso un fitto scorrere di immagini tridimensionali che fanno rimbalzare davanti agli occhi dello spettatore i volti degli zar e di Rasputin, i dipinti di Kandinskij e Rodčenko, la assemblee dei soviet e le parate di Lenin. Il percorso comincia quindi dal 1898 con l'esperienza della rivista “Il mondo dell'arte”, patrocinata dal collezionista e patron delle arti Sergej Djagilev alla cui esperienza di impresario dei Balletti Russi è dedicata la seconda sala. Seguono le sezioni dedicate al Simbolismo e al Neoprimitivismo, rappresentati rispettivamente dalla Rosa azzurra e dal gruppo del Fante di Quadri di cui ha fatto parte per un breve periodo anche Kandinskij, indiscusso protagonista della sala relativa al 1910 con un dipinto che segna una fase interlocutoria dell'autore, ancora in bilico fra figurazione e astrazione. Le Amazzoni scite, artiste che lottarono per affermare un tipo di pittura nuova, dominano la sala dedicata al 1913, dominata dal loro impulso per una pittura che pur facendo riferimento tanto al cubismo picassiano quanto al futurismo, continuava tuttavia a riconoscere l'importanza delle tradizioni locali. Tradizioni che si riverberano anche nella produzione di vassoi di ferro, tazzine, piatti e portacipria che passano agilmente dalla raffigurazione della cerimonia del tè alla sua sostituzione con soggetti di propaganda rivoluzionaria. Manifesti inneggianti la conclusione del regime zarista e l'avanzata dei soviet campeggiano nelle sezioni successive dove attraverso la mordace penna di artisti compiacenti come Vladimir Majakovskij si è condotti fino al nuovo regime, dove il Costruttivismo è andato di pari passo con l'affermarsi di un astrattismo dalle molteplici declinazioni. A metà del percorso di visita, un'ulteriore occasione di approfondimento è offerta dai touch screen consultabili nel salone: articolati in sezioni speculari a quelle della mostra, con l'ausilio della multimedialità i touch screen permettono un approccio trasversale ai temi afforntati dalla mostra spaziando dall'arte alla storia, dal cinema al teatro.
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Pausig Venuto. Danubius umbratilis

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Luogo
Musei Provinciali di Gorizia, Palazzo Attems Petzenstein
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Piazza Edmondo De Amicis
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Date
8 settembre – 15 ottobre 2017
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Descrizione
Il fiume può essere confine. Il fiume può essere tangenza. Il fiume può essere anche storia. Il racconto dei popoli che hanno abitato sulle sue sponde e che per vari motivi sono entrati in contatto o hanno viceversa tentato di preservare le loro tipicità. È questo il sottotesto, estremamente attuale, di “Danubius Umbratilis” la mostra organizzata da Erpac e ospitata nelle sale al pianterreno di Palazzo Attems. L'esposizione ispirata alla raccolta di racconti "Danubio" di Claudio Magris, propone un confronto fra le parole dello scrittore e la loro diversa interpretazione da parte di due artisti. Da una parte le carte intelate realizzate a tecnica mista da Gian Carlo Venuto manifestano la pacatezza e la razionalità della civiltà latina mentre con i suoi riferimenti tratti dall’art deco, dal fauvismo e dall’arte giapponese Sergio Pausig compone lussureggianti composizioni vegetali che propongono un vitalismo allusivo alla “barbarie”. Interrogarsi sul senso del confine, sull'innocenza o la follia di muri e valli, sulla necessità o ineluttabilità di un dialogo fra civiltà sono i quesiti che si pone Magris, le cui parole fanno da sfondo al lavoro dei due artisti, sviluppato attraverso calcografie, disegni, dipinti. Le immagini propongono un serrato confronto fra l'urgere della storia e una memoria sepolta, con sullo sfondo le rovine di Carnuntum, centro in cui l'imperatore Marco Aurelio ha scritto più di 1800 anni fa il secondo libro dei suoi "Colloqui". Nelle opere di Venuto (artista attivo a Gorizzo, frazione di Camino al Tagliamento, e Milano, dove insegna Decorazione all'Accademia di Brera) si possono riconoscere citazioni dagli affreschi pompeiani, dalle pitture catacombali e un recupero raffinato delle sinopie. L'inconscio e la barbarie, evocativamente sintetizzate nel reiterarsi di un albero della vita talmente rigoglioso da trascendere i bordi del dipinto trovano invece espressione nelle carte di Venuto, pittore goriziano che vive tra Venezia e Palermo, dove è titolare della Cattedra di Decorazione all'Accademia di Belle Arti, coordinatore del Corso di Progettazione della moda.
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Notomie. Disegni inediti di Mario Di Iorio

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Luogo
Musei Provinciali di Gorizia, Palazzo Attems Petzenstein
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Piazza Edmondo De Amicis
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Date
21 luglio – 15 ottobre 2017
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Descrizione
“Notomie. Disegni inediti di Mario di Iorio” propone una visuale insolita, quasi personale dell'artista goriziano. Nella mostra, organizzata dall'Erpac e ospitata a Palazzo Attems Petzenstein, non vengono infatti esposte le grandi ed energiche tele ben note al pubblico, ma i disegni realizzati nelle ore di studio all'Accademia di Venezia sotto la guida del professor Alberto Lolli che, nel 2015, ha depositato questo corpus di ottantacinque disegni presso i Musei Provinciali di Gorizia. Si tratta degli schizzi tratteggiati da Di Iorio fra il 1982 e il 1986 negli anni in cui seguiva da studente le lezioni dello stesso Lolli, allora giovane docente di Anatomia artistica presso l'ateneo veneziano e futuro riferimento nello studio della disciplina anche grazie alla pubblicazione di testi dedicati alla didattica della rappresentazione artistica del corpo umano. Da Lolli venivano le esortazioni a imparare a rispettare le regole positive della rappresentazione per poi osare trasgredirle, compiendo scelte talvolta azzardate ma comunque autonome, capaci di rivelare la personalità e le inclinazioni del singolo studente soprattutto in riferimento alla prospettiva e alle proporzioni. I diciotto fogli, impaginati e ordinati già al termine del percorso accademico, rivelano i momenti salienti della ricerca formativa e il sentire autonomo di Mario Di Iorio, capace di decostruire composizioni bilanciate per dar vita a ricostruzioni visionarie di notevole impatto, talvolta capaci di trascendere dal livello di studio per raggiungere quello di opera d'arte conclusa. Nato a Tarvisio (UD) nel 1958, scomparso tragicamente a Gorizia nel luglio 1999, Mario Di Iorio frequenta dapprima l'Istituto d'Arte di Gorizia sotto la guida di Cesare Mocchiutti e successivamente l'Accademia di Belle Arti di Venezia dove ha come maestro Emilio Vedova. Terminati gli studi diventa assistente di Anatomia presso la cattedra di Alberto Lolli sempre a Venezia e, successivamente, assistente di Pittura presso la cattedra di Mario Scirpa all'Accademia di Belle Arti di Brera.
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Ex Universa Philosophia

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Luogo
Musei Provinciali di Gorizia, Palazzo Attems Petzenstein
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Piazza Edmondo De Amicis
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Date
21 luglio – 3 settembre 2017
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Descrizione
La mostra ripropone, a distanza di 25 anni, l’esposizione di analogo titolo organizzata dai Musei Provinciali, curata da Maddalena Malni Pascoletti e dedicata alle Thesenblätter. Si tratta di un particolare tipo di incisioni, anche di formato monumentale, comprendenti una parte figurata dedicata a temi storico-genealogici, religiosi o più raramente scientifici. Negli spazi lasciati in bianco dalla figura viene riportata una parte scritta dedicata alla tesi discussa da un candidato presso un liceo o un'università nel corso del XVII e XVIII secolo. La collezione dei Musei Provinciali consta di venti Thesenblätter (termine tedesco di cui non esiste un perfetto corrispondente italiano), una discussa presso l'Università di Graz mentre le altre diciannove sono state pubblicate in occasione di dispute filosofiche presso il collegio gesuitico di Gorizia fra il 1695 e il 1756. A tali incisioni, già note ed esposte, è stata affiancata in questa occasione un’inedita tesi con San Gennaro del 1773. Così come l'80% delle incisioni finora note e pubblicate provenienti da altre scuole e università, anche i fogli di tesi goriziani sono stati stampati ad Augusta e fra i temi prevalenti spiccano l'Assunzione, l'Immacolata Concezione, episodi del Vecchio Testamento, scene della Passione di Cristo ed episodi tratti dagli Atti degli Apostoli.
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Enzo Valentinuz. Carso non solo pietre

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Luogo
Musei Provinciali di Gorizia, Borgo Castello
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Indirizzo
Borgo Castello
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Date
8 aprile – 11 giugno 2017
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Descrizione
Ricordare la Grande Guerra evocandola con i materiali che ha lasciato sul terreno: schegge di pietra, frammenti di filo spinato, ma soprattutto memorie, trasformate nella speranza che quanto successo non si ripeta. Sono questi i presupposti alla base di “Carso: non solo pietre”, la personale di Enzo Valentinuz ospitata nelle sale espositive dei Musei Provinciali di Borgo Castello come omaggio a uno degli eventi che hanno maggiormente segnato l'età contemporanea. La mostra, realizzata da Erpac in collaborazione con l'associazione culturale Lapis e curata dal critico Diego Collovini, propone alcune delle creazioni più recenti del Maestro che da diverso tempo, dopo aver sperimentato la tecnica del graffito su intonaco, ha accolto le pietre come materiale artistico di grande significato simbolico. Pazientemente raccolte nel corso di solitarie escursioni, le schegge del Carso vengono usate per costruire dei percorsi della memoria che evocano i muretti a secco dell'altopiano triestino, ma possono anche fingere i caduti martoriati dallo scoppio delle granate o alludere agli aquiloni dei bambini il cui volo è stato spezzato dal rumore delle mitragliatrici. Altre volte il significato assunto da queste pietre si alleggerisce soffermandosi sulla riflessione indotta da oggetti apparentemente neutri come le finestre, la cui chiusura o apertura diviene metafora dell'atteggiamento individuale nei confronti del mondo e degli altri. Ma il pensiero può anche divenire più personale e condurre indietro nel tempo: agli anni della scuola in particolare, quando il desiderio maggiore era bearsi del possesso di una scatola di colori comprendente tutto l'arcobaleno. Originario di Romans d'Isonzo, dove vive e opera, allievo di Cesare Mocchiutti all'Istituto Statale d'Arte di Gorizia e successivamente studente dell'Accademia di Belle Arti di Venezia, con questa mostra Valentinuz conferma la propria capacità di ascoltare le storie che il territorio non cessa di narraree che possono assumere un significato di portata universale.
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Guerra e Moda. L'alba della donna moderna

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Luogo
Musei Provinciali di Gorizia, Borgo Castello
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Indirizzo
Borgo Castello
event
Date
30 giugno 2016 - 8 marzo 2017
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Descrizione
Un percorso negli anni a cavallo fra Ottocento e Novecento per comprenderne le trasformazioni sociali, culturali e persino politiche attraverso i mutamenti di stile. “Guerra e moda. L'alba della donna moderna” propone infatti un'attenta analisi delle modificazioni intervenute nel modo di vestire e di concepire l'universo femminile in un momento di grandi rivolgimenti storici che hanno coinvolto l'intero scacchiere mondiale. Curata da Raffaella Sgubin in collaborazione con la Kunstbibliothek Staatliche Museen zu Berlin. La mostra si propone come un'affascinante percorso nella storia attraverso gli abiti e gli accessori femminili, sintomatici - nel loro avvicendamento – delle condizioni economiche, sociali e dei rapporti internazionali fra i vari Paesi. Innegabile infatti il doppio filo che lega il movimento delle suffragette all'affermarsi di uno stile più mascolino e pratico rispetto al complicato abbigliamento delle donne benestanti di fine Ottocento, la cui sottomissione è eloquentemente sintetizzata dalla costrizione del corsetto. Impossibile poi non tenere conto delle difficoltà materiali imposte dallo scoppio della Grande Guerra che impone abiti ancor più pratici per le donne impegnate in ruoli di soccorso come le infermiere e le crocerossine, mentre fanno la loro prima comparsa le tute da lavoro femminili per le operaie impiegate nelle industrie di munizioni. Negli anni Venti, prima dei totalitarismi che imporranno un ripristino dei ruoli femminili tradizionali, le donne manifestano un'inedita consapevolezza delle proprie capacità adottando linee di abbigliamento più morbide e tagli di capelli finora inusitati. Per approfondire e sviluppare questi aspetti, a margine della mostra si è tenuto un breve ciclo di conferenze affidate a esperte del settore: “Trasformazioni dell'occupazione femminile italiana tra fine Ottocento e Grande Guerra” curata da Ariella Verrocchio (direttrice scientifica dell'Istituto Livio Saranz); “La guerra, le donne, la moda. Tessuti e riviste” tenuta da Margherita Rosina ed Enrica Morini, storiche del tessile e della moda; “Donne in guerra e voci di donne nella grande guerra” condotta da Marta Verginella, storica e docente di Storia dell'Ottocento e Teoria della Storia all'Università di Lubiana.
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Hans Steiner_Rio\Il segno ritrovato

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Luogo
Palazzo Attems Petzenstein
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Indirizzo
Piazza Edmondo De Amicis
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Date
9 settembre – 13 novembre 2016
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Organizzatore
Ethos Associazione Culturale in collaborazione con Erpac
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Descrizione
Realizzata e promossa dall'Associazione Culturale Ethos in collaborazione con Erpac, "Hans Steiner_Rio\Il segno ritrovato" è la prima antologica di un artista a buon diritto considerato ambasciatore dei due mondi. Nato a Graz nel 1910, Steiner ha infatti tracorso parte dell'adolescenza fra Gorizia e Grado da cui, nel 1930, si è trasferito in Brasile. Qui ha avuto l'opportunità di sviluppare appieno le proprie doti dedicandosi prevalentemente all'incisione e alla pittura sotto la guida dell'artista fiorentino Carlos Oswald. Proprio attraverso l'incisione ha approfondito – a partire dagli anni Cinquanta – lo studio e la conoscenza delle popolazioni indigene dell'Amazzonia, divenute uno dei soggetti privilegiati delle sue opere sia nei loro modi di vita sia indagando il loro habitat naturale. Dopo vari rientri in Europa legati a specifiche occasioni espositive, dal 1970 si è stabilito definitivamente a Gorizia continuando a lavorare fino alla scomparsa, avvenuta quattro anni più tardi. La mostra di Palazzo Attems ripercorre la vicenda artistica del Maestro attraverso centinaia di lastre, oltre trecento incisioni (fra cui numerose prove di stampa) e persino un suo quaderno autografo messi a disposizione dalla collezione privata di Laura Muzzo e ordinati da un comitato scientifico composto da Giancarlo Pauletto, Paulo Leonel Gomes Vergolino (maggior esperto brasiliano di Hans Steiner), Alessandro Quinzi e Franco Dugo. Attraverso varie tecniche incisorie, le opere di Steiner (che deve l'appellativo "Rio" proprio alla sua lunga permanenza brasiliana) testimoniano un lucido sguardo sulla realtà in cui l'artista mostra di essere immerso senza preconcetti, tributando analoga attenzione alla cultura europea "civilizzata" e a quella "primitiva" dell'Amazzonia senza mai perdere l'efficacia del segno.
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