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pathMuseo della Grande Guerra

Inaugurato nella sede di Borgo Castello il 16 giugno 1990, il Museo si propone di far conoscere, in modo semplice e ad un vasto pubblico, la prima guerra mondiale, con particolare riguardo al fronte dell’Isonzo. Il punto di vista scelto per questa narrazione è quello degli uomini che hanno vissuto in prima persona quell’esperienza. La “vita di trincea”, durissima prova comune ai soldati di tutti gli schieramenti, viene presentata con immagini, documenti, oggetti e attraverso la ricostruzione, a grandezza naturale, dello spazio angusto di una trincea. Vi è poi la descrizione della vita dei civili, costretti a rifugiarsi nelle cantine, esposti agli effetti di armi sempre più potenti, provati dai bombardamenti, dalla difficoltà negli approvvigionamenti, dall’angoscia di un conflitto che coinvolgeva ogni aspetto della vita, costretti, altre volte, alla prova, altrettanto difficile, della profuganza. Promovendo la conoscenza di una guerra combattuta più di cent’anni fa, i cui effetti si sono prolungati lungo tutto il Novecento, il Museo intende anche favorire tra i visitatori una riflessione sulle conseguenze nefaste di ogni conflitto armato.

Le sale

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    Gli anni che precedono lo scoppio della guerra sono un periodo di progresso economico, caratterizzato dal pensiero positivista, in una visione, forzatamente ottimistica, del mondo e della società: un’epoca che Stefan Zweig descrive come “l’età dell’oro della sicurezza”.
    Quella sicurezza svanisce però nel giro di un mese dopo che, il 28 giugno 1914, l’erede al trono d’Austria-Ungheria, Francesco Ferdinando e la sua consorte, vengono assassinati durante una visita ufficiale a Sarajevo. I motivi della guerra erano però radicati nel tempo e nelle politiche imperialiste per il controllo dei mercati internazionali tra le grandi potenze, in particolare della Germania nei confronti della Francia e della Gran Bretagna. Vi sono poi le rivendicazioni nazionali che vedono contrapposte Francia e Germania, Austria e Italia e la complessa situazione dei Balcani dove l’impero zarista è alla costante ricerca di uno sbocco al mare, ma dove anche altre potenze cercano di ricavarsi spazi di controllo del Mediterraneo orientale. Un conflitto che al suo esordio sembra poter essere limitato e di breve durata, ma che ben presto acquista dimensioni e generalità totalizzanti.




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    Una volta scoppiata la guerra, in Italia si delineano due schieramenti: i “neutralisti” (socialisti, cattolici, liberali), che tendono ad ottenere vantaggi attraverso negoziati diplomatici, e gli “interventisti” (nazionalisti, repubblicani, socialisti riformisti), che sostengono la necessità dell’intervento per la conquista di un posto tra le grandi potenze europee e, come auspicano i nazionalisti italiani, per la “liberazione” delle “terre irredente” della Monarchia austroungarica, ovvero dei territori del Litorale (Contea di Gorizia e Gradisca, Trieste e l’Istria) e del Trentino e il possesso del Tirolo meridionale. Prevale lo schieramento interventista e il 23 maggio 1915 l’ambasciatore italiano a Vienna consegna la dichiarazione di guerra all’Austria-Ungheria. Da quel momento, il confine tra Austria e Italia diventa un nuovo fronte di guerra che si sviluppa dallo Stelvio al Golfo di Trieste. L’ultimo tratto, da Plezzo al mare, costituiva il fronte dell’Isonzo, che inglobava l’altipiano carsico, la pianura isontina e la laguna di Grado e Marano.




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    La trincea di prima linea, netta e contrapposta nelle carte militari, irreale e rassicurante nella propaganda, è spesso solo un fossato protetto da rotoli di filo spinato, rinforzato con pietre, sacchi di terra, lamiere, travi e ciò che i soldati trovano nelle vicinanze. Le trincee austriache, qualche volta rinforzate con il cemento, sono più solide e in posizione dominante, mentre quelle italiane, di solito, appaiono “provvisorie”, in quanto servono all’attacco più che alla difesa. In questo spazio si riflettono, amplificati, suoni, rumori, luci e visioni della guerra. Alla concitazione dell’assalto, si contrappone l’immobile, quotidiana vita di trincea: spazi angusti e malsani, topi, parassiti, il gelo invernale ed il torrido clima dell’estate carsica; sete e privazioni indescrivibili.




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    Gorizia è in stato di guerra dal 1914. Numerosi goriziani combattono, con l’esercito austroungarico, in Serbia e in Galizia. Nell’estate del 1915, il nuovo fronte italo-austriaco porta le trincee a ridosso della città. Nonostante le bombe e le prime vittime tra la popolazione, molti goriziani continuano a vivere in una città priva di tutto, fortemente militarizzata, dove chi rimane senza casa o risorse deve affrontare la dura prova della profuganza. Nell’agosto del 1916, circa tremila civili salutano l’entrata dei soldati italiani in una Gorizia martoriata dalle artiglierie. Dopo Caporetto gli austriaci ritornano in possesso della città che è duramente provata, in parte distrutta, quasi del tutto spopolata, in cui lentamente ritornano i profughi dei primi due anni di guerra. La fine della guerra coincide con la dissoluzione dell’Impero asburgico, che dà sovranità alle componenti nazionali ed etniche che lo componevano. Anche a Gorizia, dopo un breve periodo di incertezza politica, l’arrivo delle truppe italiane, accolte il 7 novembre 1918 da circa 10000 cittadini, segna la fine delle ostilità.




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    Una caratteristica del conflitto è di essere totale, poiché coinvolge, per la prima volta, in modo così netto e pervasivo, ogni aspetto del vivere: non sono solo gli eserciti ad essere coinvolti in questa guerra: viene mobilitata tutta la società. Sul fronte della guerra, l’adozione di armi nuove, tecnologicamente avanzate, impone un grande sforzo all’industria dei paesi coinvolti, ma porta anche a perdite sempre più consistenti. Le fabbriche d’armi e di proiettili hanno necessità di manodopera, carente, perché tanti uomini sono al fronte. Nelle fabbriche lavorano donne e giovanissimi. Restano in campo anche le armi bianche, destinate al corpo a corpo, che rendono gli assalti alle trincee massacri dove le armi da fuoco passano in secondo piano davanti a vanghette, bombe a mano, baionette, mazze ferrate e pugnali. Cresce l’importanza dell’aviazione, in una prima fase utilizzata soprattutto per la ricognizione, che nel corso del conflitto assume una potenza distruttiva sempre maggiore. Ai duelli degli “assi del volo” si affiancano i micidiali bombardamenti aerei che prendono di mira anche le città. Un’altra arma, utilizzata soprattutto negli ultimi anni del conflitto, è la propaganda rivolta tanto agli eserciti quanto al fronte “interno”. Con un incisivo afflusso di comunicazioni e notizie, anche false, si cerca di indirizzare il consenso alla guerra e alla collaborazione allo sforzo economico per sostenerla.




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    Il diorama al centro del percorso con i corpi esanimi di due soldati e il terreno sconvolto richiama una riflessione generale sulla guerra e sulle sue nefaste conseguenze sia in termini di perdite umane, sia di distruzione materiale e dell’ambiente naturale.
    I proiettili lanciati dalle artiglierie avevano causato milioni di morti, ma avevano anche sconvolto il paesaggio. A fine guerra, i campi di nuovo coltivati, spesso erano ancora infestati di proiettili inesplosi che continuavano a produrre morti e feriti. Poi piano piano la natura ha sanato le ferite della guerra e l’uomo ha ricostruito gli edifici.




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    Il 1917 è l’anno cruciale per l’esito della guerra. In aprile gli Stati Uniti d’America entrano nel conflitto accanto alle potenze dell’Intesa. In Russia si verificano i primi moti, che sfociano nella rivoluzione d’ottobre, con il conseguente ritiro della Russia dal teatro degli scontri. Ma è anche l’anno della stanchezza: tre anni di guerra hanno provocato milioni di morti fra i combattenti e hanno ridotto i civili in uno stato di prostrazione per le difficili condizioni di vita, cui si aggiunge l’incertezza circa la fine delle ostilità. Gli Imperi centrali sono soffocati dal blocco navale e si trovano in difficoltà per gli approvvigionamenti alimentari e di materie prime industriali. Per l’Italia, è l’anno della sconfitta del Regio esercito a Caporetto con l'arretramento del fronte al fiume Piave. La sconfitta porta alla sostituzione del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Luigi Cadorna con Armando Diaz. Le perdite sono ingenti, estremamente alto è il numero di prigionieri (300.000) e nella ritirata l’esercito italiano abbandona un vero e proprio arsenale che resta a disposizione degli avversari.




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    Dopo la battaglia d’arresto (novembre-dicembre 1917), i primi sei mesi del 1918 rappresentano un periodo di quasi totale inattività dal punto di vista dei combattimenti. Prosegue però la riorganizzazione dell’esercito italiano. Vengono intrapresi provvedimenti volti a un maggiore benessere psichico e fisico dei soldati: nuovi equipaggiamenti, una distribuzione più attenta e regolare del cibo, migliorato e aumentato in quantità, una diversa organizzazione dei turni di servizio in linea; assistenza e supporto morale alle truppe. A metà giugno 1918, l’esercito imperial-regio lancia quello che avrebbe dovuto essere l’attacco conclusivo del conflitto con l’Italia, che però, dopo un momento iniziale favorevole, fallisce. Ormai l’esercito austroungarico è allo stremo, senza approvvigionamento di viveri, vestiario, munizioni, mentre l’esercito italiano ben organizzato, equipaggiato e rinfrancato anche nel morale, affronta vittorioso l’ultima azione di Vittorio Veneto.




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    A guerra ancora in corso, Giovanni Cossar, che sarebbe diventato poi direttore del museo, inizia a raccogliere testimonianze della guerra con particolare riferimento all’esperienza dei cittadini goriziani. Il primo museo, intitolato “Museo della guerra e della redenzione”, viene inaugurato nel 1924 nelle sale al piano terra di palazzo Attems. Segue nel 1938 un allestimento molto più imponente che occupa tutto il palazzo. Una serie di modifiche vengono attuate dopo la seconda guerra mondiale, quando il museo occupa di nuovo soltanto le sale al piano terra e prende il nome di “Museo della guerra 1915 – 1918”, fino a giungere al nuovo allestimento, inaugurato nel 1990 nella sede di Borgo Castello.

    • BSI : Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo – Biblioteca Statale Isontina e Civica di Gorizia
    • ASTs : Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Direzione generale archivi, Archivio di Stato di Trieste
    • ASPG-ARP : ERPAC – Servizio ricerca, musei e archivi storici, Archivio storico provinciale di Gorizia, Archivio della Rappresentanza Provinciale
    • ASPG-ADSP : ERPAC – Servizio ricerca, musei e archivi storici, Archivio storico provinciale di Gorizia, Archivio Documenti di Storia Patria
    • ASPG-CG : ERPAC – Servizio ricerca, musei e archivi storici, Archivio storico provinciale di Gorizia, Carte geografiche
    • FMPG : ERPAC – Servizio ricerca, musei e archivi storici, Fototeca dei Musei Provinciali di Gorizia
    • MPG-MGG : ERPAC – Servizio ricerca, musei e archivi storici, Musei Provinciali di Gorizia, Museo della Grande Guerra